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Indagine sulle Pmi

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03.10.2009
 
qn_logo.jpgLe imprese milanesi continuano a soffrire. E della possibile ripresa, raccontata sui giornali, non vedono ancora traccia nei bilanci. Nonostante ciò, investono, innovano, insomma migliorano e scommettono sul futuro. Lo dicono i numeri di un'indagine svolta dalla Confapi Milano sulle 3 mila aziende associate (per un totale di 70mila addetti); lo confermano, sul campo, gli stessi imprenditori.
PER ESEMPIO Stefano Rozza, amministratore delegato della lodigiana Caribul (dispositivi antivibranti, 15 dipendenti) e membro delle giunta Confapi milanese: «Noi abbiamo sostanzialmente tenuto. Ma che fatica! Abbiamo dovuto riprogettare i prodotti per entrare in nuovi settori e in nuovi mercati, cercando nicchie che ancora tirano. Per ora ci siamo riusciti e abbiamo acquisito nuovi clienti. Ma qui intorno tante aziende sono state meno fortunate e si ritrovano con cali di attività fra il 25
e il 50%. In quelle condizioni, non so quanto si possa resistere».
Tre mesi, forse sei, azzarda Claudio Badocchi della Nicolini di Settimo Milanese. La sua azienda (valvolame industriale, oltre l'80% all'export, una trentina di dipendenti) non ha ancora fatto ricorso alla cassa integrazione beneficiando dell'onda lunga di commesse maturate negli anni precedenti.
«Ma nuovi grandi investimenti nel settore chimico non si vedono, e presto anche noi esauriremo il nostro portafoglio ordini. Se il mercato non riparte entro fine anno o all'inizio del prossimo, anche noi dovremo fare i conti con la crisi». Il che vuol dire fronteggiare flessioni di fatturato che, aggiunge Badocchi, «vedo qui intorno raggiungere punte del 70%». L'istantanea scattata da Confapi, del resto, lo conferma ampiamente. Nel primo semestre i fatturati delle aziende sono diminuiti nel 78% dei casi, l'utile nel 67,89%, gli ordini nel 77,24%, la produzione nel 73,58%, l'occupazione nel 38,21%.
E le procedure di cassa integrazione sono state 422.
Per la seconda metà dell'anno le previsioni restano negative, ma in minor misura; tanto che le imprese che ancora si attendono segni meno non superano il 50%. Un quarto delle aziende intervistate, però, ha continuato ad effettuare investimenti e solo il 4,47% pensa di ridurli di qui a fine anno. Il saldo, così, indica un +7,72%.
IL CHE FA DIRE al presidente Paolo Galassi che «questa reazione positiva si deve alla creatività e al coraggio degli imprenditori». Badocchi, per esempio, racconta che «tantissimi colleghi hanno approfittato del calo dell'attività per ripensare le strategie industriali, riflettere sull'organizzazione interna, ristrutturare e rinnovare i prodotti.
OGGI SONO potenzialmente più competitivi, quindi pronti a cogliere la ripresa. Ma se l'attesa si prolungherà troppo a lungo nemmeno le buone idee potranno la voglia dì investire iche a dessero credila_»
Soprattutto se le banche «continueranno a negarci il credito, preoccupandosi soltanto delle garanzie materiali» dice Rozza. Che aggiunge: «Bisogna rafforzare il ponte perchè non crolli prima di toccare l'altra sponde del fiume. In concreto, una valutazione del rschio di credito più attenta ai progetti industriali che ai ra-tios da parte delle banche; alleggerimenti fiscali, riforme strutturali, ammortizzatori sociali più ampi da parte delle istituzioni».

 
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